Le lettere al direttore
Roman Polanski all'ergastolo svizzero
Al direttore - Polanski libero, a patto che non lasci la Svizzera. Come dire: l’ergastolo. Maurizio Crippa

Al direttore - Polanski libero, a patto che non lasci la Svizzera. Come dire: l’ergastolo.
Maurizio Crippa
Al direttore - Le Camere della XVI Legislatura hanno sicuramente tanti difetti. Ma vantano senza alcun dubbio un grande merito: quello di aver rifinanziato – con una larghissima maggioranza bipartisan – le missioni militari internazionali, le stesse che in passato avevano provocato tanti mal di pancia in forze politiche che l’elettorato nel 2008 ha saggiamente escluso dal Parlamento.
Giuliano Cazzola, deputato del Pdl
Al direttore - Da sempre a leggere e sentire Marco Travaglio mi viene l’orticaria. Ma l’orticaria è doppia quando l’attuale maggioranza gli fa vestire i panni del martire. E che facciano firmare questo benedetto contratto all’ideatore del Manette Daily.
Frank Cimini
Al direttore - Spiace dar l’impressione (errata) di essere un sostenitore dei giornali aggressivi o della tv spazzatura del Cav., ma il tentativo di far passare Santoro per campione della informazione corretta e per martire della libertà di stampa è altrettanto nauseante dei killeraggi di Feltri. Santoro rappresenta una tv inquisitoria, volutamente deformante, capace solo di applicare la “loi des suspects” e di fare “disinformacija” nel migliore stile giacobino e leninista. Valga per tutti un esempio personale, accaduto nel mezzo delle tensioni del caso Englaro, del quale chiesi conto a Santoro, senza ottenere risposta. Caro Santoro, quando ho accettato l’invito a un’intervista pervenutomi da Formigli, ero consapevole di correre qualche rischio, ben sapendo che Annozero è una trasmissione schierata e che lei – più che come arbitro – partecipa alle partite come giocatore in campo. Solo oggi però capisco la posizione di debolezza in cui mi sono cacciato per ingenuità, prestandomi per un’intervista registrata e, quindi, manipolabile. Motivi di spazio redazionale possono certo portare a ridurre a poche battute un’intervista “tosta” durata circa 15 minuti. Non avrei mai immaginato, però, che si potesse stravolgere il senso di qualunque argomentazione, già difficile da presentare nel corso di un’intervista molto aggressiva e sparata a raffica, tagliando frasi all’interno delle risposte e spezzoni della stessa frase, e non già scegliendo solo alcune delle molte domande e risposte. Un piccolo esempio: “Prof. Gigli, Avvenire ha scritto che Peppino Englaro è un boia… Questo me lo sta dicendo lei! Ma è stato riportato da Repubblica… Io non l’ho letto, ma se qualcuno l’ha scritto me ne dispiace”. Questo discorso articolato, nel quale si rinviava al mittente la paternità delle affermazioni, diventa dopo gli aggiustamenti: “Prof. Gigli, Avvenire ha scritto che Peppino Englaro è un boia… Me ne dispiace”. Secondo esempio: “Prof. Gigli, Lei ha mai conosciuto Eluana? No, non l’ho mai conosciuta personalmente. Come? Non l’ha mai conosciuta? No, perché ci voleva, giustamente, l’autorizzazione dei familiari e perché io non visito i pazienti al di fuori del mio reparto, se non su richiesta di consulenza e con il consenso degli interessati”. Suona logico, credo. Suona meno logico quando si trasforma il senso riducendo la frase a “No, perché io non visito pazienti al di fuori del mio reparto”. Per brevità evito di fare altri esempi e tralascio di parlare della malevola presentazione iniziale di Formigli e del suo commento finale, un po’ nauseato, dallo studio. Tralascio anche il modo in cui le immagini ottenute prima e dopo l’intervista sono state rimontate con un movimento delle labbra che non corrispondeva più al parlato. Sottolineo invece che gli spettatori hanno notato il trattamento ben diverso riservato al senatore Marino. Nel corso dell’altra intervista registrata, condotta in guanti bianchi in un evidente gioco delle parti, al senatore è stato lasciato a disposizione tutto il tempo per argomentare pacatamente. E’ stata per me una lezione di vita, della quale le sono grato e di cui farò tesoro in avvenire, evitando di rilasciare liberatorie prima di aver visionato il materiale.
Gian Luigi Gigli
Al direttore - Nella prima puntata della storia dell’Università di Cambridge (il Foglio di martedì 22) l’ottimo Richard Newbury commette un errore sorprendente. Scrive: “Cento laureati di Cambridge partirono per il Nuovo mondo e tra questi 35 dell’Emmanuel College seguirono John Harvard”. Sbagliato: seguirono John Winthrop. Mentre John Harvard era un illustre sconosciuto. La sua fama è dovuta solo al fatto che era un giovane facoltoso e morì a 30 anni mentre i fondatori del College erano rimasti senza soldi e non sapevano come costruire gli edifici. John Harvard lasciò al College la sua biblioteca di 500 volumi e una somma enorme per quell’epoca, 800 sterline. Fu un vero colpo di fortuna. E tutti ritennero doveroso intitolare il College al benefattore. Nel parco della Harvard University campeggia una statua sotto la quale si legge “John Harvard, fondatore, 1638”. E’ la “statua delle tre bugie”, non rappresenta Harvard, ma uno studente scelto a caso dallo scultore nel 1882, non fu lui il fondatore, e non ne fu decisa la fondazione nel 1638 ma nel 1636.
Marco Nese, Roma
Maurizio Crippa
Al direttore - Le Camere della XVI Legislatura hanno sicuramente tanti difetti. Ma vantano senza alcun dubbio un grande merito: quello di aver rifinanziato – con una larghissima maggioranza bipartisan – le missioni militari internazionali, le stesse che in passato avevano provocato tanti mal di pancia in forze politiche che l’elettorato nel 2008 ha saggiamente escluso dal Parlamento.
Giuliano Cazzola, deputato del Pdl
Al direttore - Da sempre a leggere e sentire Marco Travaglio mi viene l’orticaria. Ma l’orticaria è doppia quando l’attuale maggioranza gli fa vestire i panni del martire. E che facciano firmare questo benedetto contratto all’ideatore del Manette Daily.
Frank Cimini
Al direttore - Spiace dar l’impressione (errata) di essere un sostenitore dei giornali aggressivi o della tv spazzatura del Cav., ma il tentativo di far passare Santoro per campione della informazione corretta e per martire della libertà di stampa è altrettanto nauseante dei killeraggi di Feltri. Santoro rappresenta una tv inquisitoria, volutamente deformante, capace solo di applicare la “loi des suspects” e di fare “disinformacija” nel migliore stile giacobino e leninista. Valga per tutti un esempio personale, accaduto nel mezzo delle tensioni del caso Englaro, del quale chiesi conto a Santoro, senza ottenere risposta. Caro Santoro, quando ho accettato l’invito a un’intervista pervenutomi da Formigli, ero consapevole di correre qualche rischio, ben sapendo che Annozero è una trasmissione schierata e che lei – più che come arbitro – partecipa alle partite come giocatore in campo. Solo oggi però capisco la posizione di debolezza in cui mi sono cacciato per ingenuità, prestandomi per un’intervista registrata e, quindi, manipolabile. Motivi di spazio redazionale possono certo portare a ridurre a poche battute un’intervista “tosta” durata circa 15 minuti. Non avrei mai immaginato, però, che si potesse stravolgere il senso di qualunque argomentazione, già difficile da presentare nel corso di un’intervista molto aggressiva e sparata a raffica, tagliando frasi all’interno delle risposte e spezzoni della stessa frase, e non già scegliendo solo alcune delle molte domande e risposte. Un piccolo esempio: “Prof. Gigli, Avvenire ha scritto che Peppino Englaro è un boia… Questo me lo sta dicendo lei! Ma è stato riportato da Repubblica… Io non l’ho letto, ma se qualcuno l’ha scritto me ne dispiace”. Questo discorso articolato, nel quale si rinviava al mittente la paternità delle affermazioni, diventa dopo gli aggiustamenti: “Prof. Gigli, Avvenire ha scritto che Peppino Englaro è un boia… Me ne dispiace”. Secondo esempio: “Prof. Gigli, Lei ha mai conosciuto Eluana? No, non l’ho mai conosciuta personalmente. Come? Non l’ha mai conosciuta? No, perché ci voleva, giustamente, l’autorizzazione dei familiari e perché io non visito i pazienti al di fuori del mio reparto, se non su richiesta di consulenza e con il consenso degli interessati”. Suona logico, credo. Suona meno logico quando si trasforma il senso riducendo la frase a “No, perché io non visito pazienti al di fuori del mio reparto”. Per brevità evito di fare altri esempi e tralascio di parlare della malevola presentazione iniziale di Formigli e del suo commento finale, un po’ nauseato, dallo studio. Tralascio anche il modo in cui le immagini ottenute prima e dopo l’intervista sono state rimontate con un movimento delle labbra che non corrispondeva più al parlato. Sottolineo invece che gli spettatori hanno notato il trattamento ben diverso riservato al senatore Marino. Nel corso dell’altra intervista registrata, condotta in guanti bianchi in un evidente gioco delle parti, al senatore è stato lasciato a disposizione tutto il tempo per argomentare pacatamente. E’ stata per me una lezione di vita, della quale le sono grato e di cui farò tesoro in avvenire, evitando di rilasciare liberatorie prima di aver visionato il materiale.
Gian Luigi Gigli
Al direttore - Nella prima puntata della storia dell’Università di Cambridge (il Foglio di martedì 22) l’ottimo Richard Newbury commette un errore sorprendente. Scrive: “Cento laureati di Cambridge partirono per il Nuovo mondo e tra questi 35 dell’Emmanuel College seguirono John Harvard”. Sbagliato: seguirono John Winthrop. Mentre John Harvard era un illustre sconosciuto. La sua fama è dovuta solo al fatto che era un giovane facoltoso e morì a 30 anni mentre i fondatori del College erano rimasti senza soldi e non sapevano come costruire gli edifici. John Harvard lasciò al College la sua biblioteca di 500 volumi e una somma enorme per quell’epoca, 800 sterline. Fu un vero colpo di fortuna. E tutti ritennero doveroso intitolare il College al benefattore. Nel parco della Harvard University campeggia una statua sotto la quale si legge “John Harvard, fondatore, 1638”. E’ la “statua delle tre bugie”, non rappresenta Harvard, ma uno studente scelto a caso dallo scultore nel 1882, non fu lui il fondatore, e non ne fu decisa la fondazione nel 1638 ma nel 1636.
Marco Nese, Roma